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Tuesday, 3 september 2013

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NESSUNA NOTIZIA DALLA CATALOGNA

Novità sul cammino catalano verso l'independenza

Le informazioni che arrivano dalla Spagna negli ultimi mesi si sono concentrate sopratutto sulla crisi e i suoi effetti: un debito in crescita, la disoccupazione alle stelle e e scarsi - per non dire nulli - segnali di ripresa economica. Hanno occupato i titoli dei giornali anche i gravi scandali di corruzione, che hanno coinvolto fra l’altro anche la famiglia reale e le alte sfere del partito al governo, il Partido Popular. Infine, come ciliegina sulla torta, si è riaccesa la rivendicazione classica di Gibilterra, che qualsiasi governo spagnolo tira fuori dal cassetto quando c’è bisogno di distrarre i sudditi dai propri problemi e dalla sua incapacità di risolverli.

La situazione politica in Catalogna, invece, è stata abbastanza assente dalle pagine dei mezzi di comunicazione. Solo un anno fa, i grandi media internazionali davano informazioni dettagliate sulla grande manifestazione che a Barcellona aveva radunato un milione e mezzo di persone, e molti riferivano di un processo d’indipendenza che sembrava inarrestabile. A partire da allora, però, se n’è sentito parlare molto poco. Si potrebbe addirittura arrivare alla conclusione che la spinta si sia persa per strada e che, dopo un primo scoppio di entusiasmo, il sogno di libertà si sia spento.

Ci sono molti motivi per non dare per esaurito il progetto politico catalano. La popolazione ha manifestato la propria determinazione ogni volta che ne ha avuto l’occasione. Tutte le inchieste - comprese quelle che si potrebbero considerare tendenziose perché fatte da istituzioni ufficiali spagnole o commissionate da media normalmente poco favorevoli – dimostrano che il sostegno dei catalani all’autodeterminazione si mantiene su percentuali intorno all’80%. Questa tendenza teorica si conferma anche nelle attività sociali: ogni giorno, in qualsiasi posto della Catalogna, si può partecipare alla presentazione di un libro, a un raduno, a una riunione in qualche sede comunale o in un locale pubblico, e tutte si trasformano in buone occasioni per discutere sui pro e contro dell’indipendenza.

Mentre la gente approfitta di qualsiasi opportunità per far conoscere il suo desiderio di cambiamento, i rappresentanti politici si sforzano di portare anche in sede ufficiale l’opinione di tutti. Nel novembre 2012 i catalani hanno eletto un nuovo governo con il preciso mandato di organizzare un referendum sul tipo di ordinamento politico che desiderano per il proprio paese. Per portare a termine questo mandato c’è un supporto parlamentare più che ampio. Andando oltre le naturali discrepanze, su questa rivendicazione si sono trovate d’accordo forze politiche lontane fra loro, a partire dai democristiani, passando per il centro, fino alla sinistra ecologista. In questo momento all’incirca un quinto del parlamento catalano segue la linea spagnola di rifiuto di una consultazione popolare e quasi due terzi sono chiaramente a favore di chiedere l’opinione della popolazione con referendum.

Con questi numeri, il presidente del governo Artur Mas è sufficientemente legittimato per seguire il programma che la coalizione e i partiti che la sostengono hanno concordato. Nel gennaio scorso il parlamento ha approvato, con maggioranza di quasi due terzi, una dichiarazione formale di sovranità che riaffermava i diritti collettivi dei catalani come nazione. Non serve dire che il governo spagnolo si è affrettato a impugnarla e l’argomento è all’esame del Tribunale Costituzionale a Madrid. Conoscendo però la tendenza generale dei magistrati, ci sono pochi dubbi sulla decisione finale e nessuno dunque l’aspetta con ansia.

Con un atteggiamento più pragmatico, si è cominciato un processo per creare un’autorità fiscale indipendente per gestire le imposte pagate in Catalogna. La sopravvivenza del modello economico e sociale catalano esige il controllo delle risorse pubbliche che oggi rimangono in mano del governo spagnolo che le destina a soddisfare i propri interessi e non le necessità della società che le genera. In gennaio si è costituito un gruppo di esperti per studiare i problemi legali e pratici che questo processo comporta e per indicare scelte praticabili. La stesura definitiva del documento è attesa entro la fine dell’anno. In febbraio si è convocato un altro gruppo, il Consiglio Assessore per la Transizione Nazionale. I suoi membri, tutti accademici di chiara fama e specialisti in diversi campi, sono stati incaricati di tracciare un itinerario per raggiungere la piena sovranità, indicando anche le caratteristiche del futuro stato e i passi da seguire durante la transizione. È stato già pubblicato un primo studio da cui emerge la necessità di chiedere ai catalani che tipo di relazione vogliono avere con la Spagna, si descrivono alternative per rendere possibile un referendum legale e si suggeriscono altre misure di carattere pratico, in diversi ambiti.

Al di fuori del mondo ufficiale, la difficile relazione con la Spagna è argomento di dibattito permanente nella società catalana. Già da molto tempo e da diverse prospettive, semplici cittadini, gruppi della società civile, istituzioni accademiche, associazioni professionali, sindacati e associazioni di industriali stanno soppesando le incertezze di un futuro indipendente rispetto la certezza, penosa, dell’attuale via politica senza uscita.

Così, poco a poco, gli argomenti a favore della posizione catalana stanno aumentando. Questo, sommato al fatto di sapere che può contare su un supporto politico e popolare solido, ha permesso al presidente della Catalogna Artur Mas di mantenere il suo impegno a trasmettere formalmente al presidente spagnolo Mariano Rajoy la domanda di una consultazione. Una lettera ufficiale è stata inviata il 26 luglio per chiedere al governo spagnolo di trovare, nella cornice della legislazione vigente, una formula che permetta un referendum che chieda alla popolazione se la Catalogna deve continuare a far parte della Spagna o se la vuol far diventare un paese indipendente.

***

Mentre da parte catalana si continuano ad aggiungere argomentazioni, in Spagna nessuno sembra disposto a prendere in considerazione qualsiasi ipotesi che possa sbloccare la situazione. Mariano Rajoy non si è mai spostato dall’invocare la Costituzione spagnola – o meglio, una sua lettura parziale – per rifiutare tutte le proposte che arrivano dalla Catalogna, per quanto legittime e rispettose esse siano. Nello stesso tempo, il governo continua con la sua strategia ostile contro la Catalogna, avvalendosi del suo controllo dei fondi pubblici per soffocare le finanze catalane: lanciando un’offensiva centralizzatrice col pretesto di semplificare l’amministrazione, adottando leggi e norme che invadono le competenze già trasferite alle regioni. L’Esecutivo, da una parte intensifica la tradizionale campagna contro i simboli e le espressioni culturali catalane; dall’altra consente, se non sprona, un pericoloso clima d’odio contro i catalani in tutta la Spagna, usando anche mezzi di comunicazione e reti sociali.
Questa strategia di sfuggire il problema politico chiave mentre si accentua la pressione sulla Catalogna su tutti gli altri fronti può essere controproducente, giacché potrebbe portare a un punto di non ritorno e forzare un’azione unilaterale della parte catalana. I catalani hanno detto chiaramente che vogliono essere ascoltati. I loro rappresentanti sono decisi a difendere il diritto del popolo a votare e a renderlo possibile, in un modo o nell’altro.

Autorevoli personalità internazionali domandano perché e in nome di cosa uno stato occidentale presumibilmente avanzato e tollerante si può opporre ad un atto democratico come lasciar esprimere il popolo. Si dovrebbe aspettare che il governo spagnolo accettasse la realtà e l’urgenza della questione catalana e facesse uno sforzo onesto per trovare il consenso su una soluzione. Il primo passo indispensabile, anche solo come segno di buona volontà, sarebbe un piano accettabile da tutti per portare a termine un referendum in Catalogna.

Nel frattempo, il processo catalano non smette di avanzare. Si continua a lottare senza troppo rumore con argomenti ragionevoli, un dialogo aperto e proposte realiste. Può essere che tutto questo non sia percepito finché non succeda qualcosa di speciale: non manca molto all’11 settembre, giorno della Festa Nazionale di Catalogna, e sta per arrivare una rivendicazione di massa, per ricordare a tutti che il sogno è molto vivo. Per questo motivo ora è meglio non perdere di vista la Catalogna: il suo popolo è deciso a costruire un futuro migliore per il proprio Paese.

(Traduzione dall’originale in inglese di Marco Giralucci e Neus Soler)


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