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Friday, 10 january 2014 | Corriere della Sera

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Risposta di Patrizio Rigobon all'articolo “La storia che non passa”(Corriere.it)"

Risposta di Patrizio Rigobon dell’Università Ca’Foscari di Venezia - collaboratore del Col·lectiu Emma - all'articolo di Marcello Flores “La storia che non passa”, pubblicato su "la Lettura" del corriere.it di domenica 5 gennaio 2014.


Gentile Direttore,

Ho letto l’articolo di Marcello Flores, che pone, insieme a problemi di ordine storiografico, questioni politiche di non secondaria importanza. La tesi dell’articolo mi pare ruoti intorno alla strumentalità del richiamo a simboli della storia per fini politici ben attuali. Talora l’uso strumentale inibisce anche l’approfondimento, secondo prospettive più ampie, di visioni consolidate in un dato senso presso l’opinione pubblica, come osserva giustamente Flores. Gli storici, nel corso degli anni, rivedono spesso i propri giudizi (come peraltro auspicabile ai fini di pervenire a una qualche conclusione veridica): in tale “revisione” spesso non è estranea una volontà politica in cui non sempre preoccupa l’analisi dei fatti come sono “realmente avvenuti”. Dunque, se la politica abusa della storia, non di meno la storia (gli storici) si avvale (si avvalgono) talora della politica per orientare taluni interessi storiografici.

Mi pare, nel caso di quest’articolo, che, nell’elencazioni delle situazioni che costituiscono un richiamo emotivo “per rafforzare i sentimenti nazionalisti e accentuare una polemica che tenda a radicalizzare i punti di vista differenti” a fini politici, si presupponga in realtà un altro punto di vista, perfettamente legittimo, ma non per questo estraneo a ciò che l’articolo sembra stigmatizzare (nella fattispecie le “emozioni identitarie” volte a “fortificare l’appartenenza di gruppo e quindi l’estranetità o l’avversione a gruppi ‘altri’ - Stati, nazioni, etnie, popoli -”). Quindi il “punto di vista” c’è sempre - ed è giusto che ci sia - basta che sia chiaramente enunciato. Ridurre per esempio “la crescente attenzione che la Catalogna ha dedicato, a partire dal 1980, alla data dell’ 11 settembre” a una “parte non indifferente della politica indipendentista che il presidente catalano Artur Mas sta svolgendo negli ultimi anni per rafforzare il proprio potere”, significa naturalmente avere un altro punto di vista che però, nel caso di specie, riduce la fenomenologia dell’idea nazionale catalana (vecchia di svariati secoli) a un’operazione di puro potere fondata su categorie per lo più impressionistiche e simboliche. Cosa che dista dalla realtà svariati anni luce. Peraltro la forte carica evocativa dell’ 11 settembre catalano ha avuto una funzione catalizzatrice fin dalla prima “Diada” (così viene anche chiamata in Catalogna tale festività) post-franchista nel 1976 e, nel 1977, fece addirittura scendere per le strade di Barcellona più di un milione di persone e altre centinaia di migliaia in diverse altre città catalane.

Certo, un valore simbolico che esiste indipendentemente (come molte altre ricorrenze, per altre realtà nazionali) dal contesto politico (a meno che questo non sia repressivo, come lo fu il franchismo, che ne vietò la celebrazione fino al 1976). Forse è da studiare il meccanismo attraverso il quale alcune feste “storiche” sono più “partecipate” di altre e, se è vero che i nazionalismi (tutti) presentano numerosi tratti comuni, non di meno esistono specificità che li connotano in modo significativamente diverso nel loro rapporto con “l’altro”: europeismo, integrazione dell’emigrazione extra continentale, volontarismo nella strutturazione dell’idea nazionale (secondo la vecchia intuizione di Renan), ricerca costante del dialogo e dell’accordo come via maestra di ogni politica, sono tra le caratteristiche salienti dell’odierno catalanismo (e di buona parte di quello storico). Ben lontano da eccessi demagogici e da lugubri radicalismi totalizzanti che indubbiamente hanno caratterizzato alcuni nazionalismi, anche quelli di alcuni stati, di oggi e di ieri.

Patrizio Rigobon
Docente all'Universita di Venezia Ca' Foscari



La storia che non passa

Usare la memoria a fini politici è una tentazione pericolosa che insidia anche le democrazie

5 gennaio 2014

Il comportamento del premier giapponese Shinzo Abe, che il 26 dicembre si è recato al tempio di Yasukuni (dedicato alle anime dei caduti al servizio dell’imperatore, compresi centinaia di criminali di guerra), ha avuto un chiaro significato politico, come ha commentato subito dopo il corrispondente della Bbc a Tokyo: «Qualunque cosa dica Shinzo Abe, ogni visita al tempio Yasukuni da parte di un primo ministro giapponese è profondamente politica e tale da recare offesa».

Abe era ben consapevole di suscitare le proteste e il risentimento della Cina e della Corea del Sud, (...) Il comportamento del primo ministro giapponese — sfruttare la storia per i propri interessi politici — non è certo nuovo: ogni leader prima o poi ha utilizzato, o cercato di utilizzare, la storia a vantaggio della propria immagine, del proprio programma, del proprio successo e consenso.(...)

Ricorrere alla storia per rafforzare i sentimenti nazionalisti e accentuare una polemica che tenda a radicalizzare i punti di vista differenti è una tentazione che spesso diventa una scelta, compiuta non solo dai nazionalismi aggressivi e militaristi, ma anche da quelli che si considerano progressisti o addirittura democratici. Però alcuni gesti fortemente simbolici sono stati capaci non solo di eccitare gli animi, ma di favorire la convivenza e la riconciliazione. (...)

In genere, tuttavia, il richiamo alla storia è fatto per cercare di suscitare emozioni identitarie, di fortificare l’appartenenza di gruppo e quindi l’estraneità o l’avversione a gruppi «altri» (Stati, nazioni, etnie, popoli). La crescente attenzione che la Catalogna ha dedicato, a partire dal 1980, alla data dell’11 Settembre (ricorrenza della caduta di Barcellona nel 1714, durante la guerra di successione spagnola) e le celebrazioni che si preparano il prossimo anno per il trecentesimo anniversario, sono parte non indifferente della politica indipendentista che il presidente catalano Artur Mas sta svolgendo negli ultimi anni per rafforzare il proprio potere (...)

A volte le polemiche e strumentalizzazioni storiche avvengono quando è in atto un tentativo di offrire una visione della storia più ampia e corretta di quella che la maggior parte dell’opinione pubblica conosce.(...)

Il richiamo strumentale ai simboli positivi e negativi incardinati nella storia (ricorrenze, monumenti, celebrazioni, eroi e criminali) è per la politica una tentazione troppo forte per illudersi che essa possa farne a meno. Qualunque sia lo scopo che ci si prefigge, ciò che si tende a far prevalere è comunque l’aspetto emotivo e identitario, a scapito di una riflessione storica seria e pacata. Quando ciò si travasa anche nei libri di testo per le scuole — come è successo e in gran parte succede ancora in Giappone, dove prevalgono la lettura vittimista e il silenzio sui crimini commessi; o in Turchia, con riferimento al genocidio degli armeni, negato e ridotto ad autodifesa dal loro presunto tradimento o a conseguenza inevitabile delle violenze della guerra — l’uso politico della storia si avvicina e a volte supera il confine di una vera e propria manipolazione, prassi comune nei regimi autoritari e totalitari, ma tentazione spesso assai forte anche per le democrazie.

Marcello Flores


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