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Monday, 24 february 2014 | Corriere della Sera

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La Spagna e la Catalogna (Corriere della Sera)

Dopo l’uscita di un ampio servizio che il Corriere della Sera aveva dedicato alla Catalogna il 17 febbraio 2014, era subito seguita la risposta irritata dell’ambasciatore spagnolo a Roma. Pochi giorni dopo, il 23 febbraio, lo stesso giornale ha pubblicato questa lettera, in cui la sezione italiana dell’Assemblea Nazionale Catalana confuta i grossolani argomenti del diplomatico.


La Spagna e la Catalogna

Abbiamo letto con interesse l’intervista al presidente Artur Mas (il leader della Regione autonoma della Catalogna, N.d.R.), l’articolo di Luigi Ippolito (Corriere, 17 febbraio) e la lettera dell’ambasciatore spagnolo Francisco Javier Elorza (Corriere, 18 febbraio). In merito a quest’ultima vorremmo esprimere, da catalani residenti in Italia, un nostro punto di vista.

La Costituzione del 1978 è figlia della fase storica in cui fu approvata: essa ha rappresentato l’alternativa alla prosecuzione della dittatura con un regime militare ispirato al nazional-cattolicesimo; per tanto era vista dai catalani perseguitati dal franchismo come l’addio all’oscurantismo, alla repressione, alla paura. È in nome di ciò che si è accettata la proclamazione dell’indissolubilità della nazione spagnola, affiancando alla stessa – dato troppo spesso trascurato – il riconoscimento e la garanzia delle nazionalità storiche.

Com’è stato sviluppato, concretamente, questo principio costituzionale, volto a ricercare un punto di equilibrio tra unità e diversità? Lo Stato spagnolo ha costantemente preteso di omogeneizzare e «castiglianizzare» il sistema. La sua costante strategia è stata rivolta a vedere nella plurinazionalità un nemico da combattere anziché una risorsa da valorizzare. Una tendenza aggravatasi con i governi popolari guidati da Aznar. Tutto ciò ha spinto una larga parte della società civile catalana – ben prima dei partiti – a mobilitarsi massicciamente contro questo stato di cose.

Nel corso della storia, la Catalogna ha sempre preteso il rispetto della sua diversità istituzionale, linguistica, culturale. È vero che la guerra del 1714 fu una guerra di successione e non una lotta fra la Catalogna e la Spagna. Ma è anche vero che fu uno scontro tra due modelli di Stato. Purtroppo vinse quello francese (centralista, assolutista e giacobino) e, con il «Decreto di Nuova Pianta» furono soppresse le nostre istituzioni e leggi e fu vietato l’uso pubblico della nostra lingua. I successivi 300 anni sono stati ancora, per i catalani, un succedersi di divieti, persecuzioni, bombardamenti, repressione.

Esiste, naturalmente, anche un problema economico. Per confutare, su questo piano, gli argomenti e i numeri dell’ambasciatore basta ricordare che, dopo anni di attesa, il governo Zapatero pubblicò i dati economici di quello che la Catalogna apporta e riceve dallo Stato: il risultato era comunque un saldo negativo per i catalani di 10.8/14.8 miliardi di euro annui (metodo monetario/beneficio). Si tratta di dati ufficiali, pubblicati dal ministero spagnolo dell’Economia, elaborati in conformità con metodi consolidati. Non si comprende pertanto come l’ambasciatore possa ritenersi depositario di dati diversi e «veri».

In ogni caso, se le cose stanno davvero nei termini prospettati dall’ambasciatore; se lo Stato spagnolo ha dalla sua parte la Costituzione, la legalità, l’Europa, la democrazia; se i problemi legati al trattamento che riceve la Catalogna sul piano del rispetto della sua identità sono soltanto fantasie; se i dati economici riflettono un sistema finanziario equo; se tutto questo è vero, che paura c’è di farci votare, come il governo britannico consentirà di fare agli scozzesi? Vogliamo votare, per difendere la nostra identità, la nostra cultura, la nostra storia. Per decidere democraticamente del nostro futuro.

Assemblea nazionale Catalana, Assemblea estera Italia


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