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Saturday, 30 august 2014 | LEspresso

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Patrizio Rigobon risponde a Wlodek Goldkorn e Javier Cercas

Patrizio Rigobon, docente di Ca' Foscari a Venezia, risponde alle affermazioni di Javier Cercas su L'Espresso del 14 agosto 2014 con un testo scritto espressamente per www.collectiuemma.cat, che si configura come breve saggio sui luoghi comuni, più o meno malevoli, sulla Catalogna.


“Ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intende risolvere”, così Karl Popper sintetizzava, con una esortazione divenuta quasi proverbiale, la constatazione della difformità tra la teoria e i fatti. Citazione evocata a ogni piè sospinto dai molti che, per fortuna, pensano che la realtà sia più complessa delle spiegazioni, apparentemente soddisfacenti e tranquillizzanti dei fenomeni. Il caso dell’indipendentismo catalano e la sua lettura a senso unico, largamente dominante, che i mezzi di comunicazione italiani offrono al pubblico, ricade proprio in questa fattispecie. Dunque, per i più, la spiegazione di esso c’è già ed è una verità accertata, a prescindere dalla sua connessione col reale. Basti vedere il bel lavoro di Giulia Villabruna “La questione catalana nella stampa italiana” che illustra diversi interventi sulla questione, pubblicati nella stampa italiana e negli altri media informativi del nostro paese. E la “teoria... unica possibile” è ben sintetizzata da un articolo di Wlodek Goldkorn, intitolato “A Barcellona con Javier Cercas” pubblicato su “L’Espresso” del 14 agosto 2014. L’articolo riporta le dichiarazioni del noto scrittore, non nuove ma probabilmente sconosciute al pubblico italiano, sulla dialettica “provincialismo-cosmopolitismo”, sul “nazionalismo catalano”, sulla pericolosità degli agitatori di queste idee. Il pretesto del medesimo è una visita alla metropoli catalana, attraverso le opinioni, in senso popperiano, di un autorevole scrittore, opinioni peraltro rintuzzate da Alicia Giménez Bartlett, sia pure indirettamente, sullo stesso giornale qualche giorno dopo (La Repubblica, 23 agosto 2014, p. 53). Mi permetto di esprimere qualche motivata riserva proprio sul contenuto di alcune delle opinioni espresse dall’autore di Soldati di Salamina e lo faccio non certo da bieco nazionalista (che non sono), ma da appassionato italiano di letteratura catalana, letteratura che, peraltro, lo stesso Cercas ha ripetutamente elogiato in numerosi suoi scritti, alcuni dei quali disponibili anche in italiano. Mi riferisco per esempio al recente volume L’avventura di scrivere romanzi, pubblicato lo scorso anno da Guanda, nel quale si legge, tra l’altro, “la mia porta d’ingresso alla letteratura è stata soprattutto la letteratura catalana” (p. 17). Anche se il catalano, come lingua, ha per Cercas una funzione non dissimile da quella che aveva per l’ex primo ministro spagnolo José María Aznar, che, in un’intervista televisiva, celeberrima in Catalogna, aveva sostenuto addirittura di parlare il catalano, sia pure in “círculos reducidos”. In modo simile, per Cercas il catalano è “la lingua dell’ [...] intimità”. Questa duplicità, o ambivalenza o contraddittorietà, caratterizza in realtà l’insieme delle idee manifestate in tutto l’articolo. In ogni caso, nulla di stigmatizzabile, ove questo ruolo attribuito alla lingua non confligga con l’aspirazione ad uscire dall’ambito, pur rispettabile, dell’intimità a cui, per lunghi anni, è stata peraltro costretta, non certo per volontà dei suoi parlanti. Nell’articolo sono riportate dunque affermazioni che poi sembrano contraddette dall’esatto contrario:licenza poetica di ogni letterato! In questo contesto paiono tuttavia emergere con chiarezza due idee cardine:

1. “Barcellona è una città esclusiva, che non ama i forestieri», la quale asserzione ha come corollario, tra gli altri, il fatto che sarebbero“ state le Olimpiadi del 1992, oltre novemila atleti da 172 Paesi a rendere questa città aperta, ad inserirvi il virus di cosmopolitismo”.

2. “Quella nazionalista, catalana come tutte le altre, è un’utopia assassina” che ha, come corollario, l’affermazione che “l’idea dell’indipendenza catalana tradisce solo la volontà di un potere gretto, provinciale, tirchio, ripiegato su se stesso, timoroso di confrontarsi con gli altri”.

Il tutto sembrerebbe derivare da una sommaria riflessione sul concetto di “identità”. Sostiene Cercas: “Ma io non so cosa sia l’identità. Forse è la volontà di essere. Ma se è così, è un discorso ozioso e pericoloso, un’utopia reazionaria che trae le origini nel peggior romanticismo tedesco. E ne abbiamo visto le conseguenze nel secolo scorso in tutto il nostro continente”, nozione associata dunque, neppure troppo velatamente, alle derive naziste.

Collocare Barcellona, nella dialettica “inclusivo”, ciò che include, ed “esclusivo”, ciò che esclude, cara alle argomentazioni del nazionalismo ispano-centrico (che esiste, è per molti immancabilmente “inclusivo” e sta alla base di molte delle deduzioni – non letterarie - di Cercas), tra le metropoli escludenti, rasenta francamente il ridicolo, ancor più evidente quando si asserisce che Barcellona sarebbe diventata cosmopolita a seguito delle Olimpiadi del 1992. Qui si evidenzia la relazione, centrale nella riflessione di Cercas, su ciò che è letterario e ciò che è storico, sulla verità e la menzogna, argomento nel quale non mi inoltro, dato che la letteratura ha ovviamente le sue molte verità, ma anche le sue non poche menzogne. Potrei citare decine di fonti, dall’Encyclopedia Americana, in edizioni antecedenti di decenni le Olimpiadi (dove si legge tra l’altro “The Catalans are the most cosmopolitan of the Spaniards...”), agli innumerevoli libri di viaggiatori stranieri, cioè di autori non provenienti dalla Penisola Iberica, dell’Ottocento che ribadiscono concetti simili, ascrivibili alla loro percezione e non certo a interessate distorsioni ideologiche. Preciso questo, non certo per stabilire graduatorie tra chi in Spagna sia più o meno cosmopolita, ma semplicemente per contraddire una palese falsità, in omaggio a quell’Elogio della menzogna di Vargas Llosa di cui Cercas è attento lettore, riconducibile a una ricostruzione parziale e, questa sì, ideologica del quadro storico. Opinioni del genere vengono poi riprese in modo automatico da altri giornalisti che, come Alessandro Oppes su La Repubblica (23 agosto 2014, p. 20), le offrono come verità incontrovertibili, scrivendo della “Barcellona pre-olimpica: quella città non ancora cosmopolita e in parte decadente che affascinava Manuel Vázquez Montalbán...”.

La fonte autorevole di opinioni come questa contribuisce dunque, grazie al successivo tam-tam giornalistico, a generare gli assiomi che sorreggono la “teoria unica possibile” della quale Popper ci insegna a dubitare. Basterebbe tuttavia l’organizzazione di due esposizioni universali a Barcellona (1888 e 1929) per dire che il cosmopolitismo viene da lontano e non dalle Olimpiadi del 1992, che ne sono piuttosto la conseguenza. I germi del cosmopolitismo catalano e barcellonese si trovano forse proprio nella “Renaixença” e, ancor prima, addirittura nell’inquieto girovagare europeo di Raimondo Lullo, promotore di una delle prime scuole di lingue straniere. Le Olimpiadi sono state determinanti per collocare Barcellona sul piano internazionale e farla conoscere al grande pubblico, ma il suo cosmopolitismo risale a ben prima.

Quanto all’utopia assassina dei catalani, che aspirerebbero a votare il 9 novembre 2014 in un referendum per sapere finalmente se c’è una maggioranza indipendentista oppure se la volontà d’indipendenza è una fanfaluca minoritaria agitata dai soliti quattro gatti, non credo che essa (l’utopia) abbia a che fare con l’omicidio o il delitto efferato, ma con la democrazia, come dimostra il caso scozzese. Si può essere d’accordo o meno con l’indipendenza, ma la cosa migliore è sempre chiederlo ai cittadini, catalani nel caso di specie, così come, a settembre, sarà chiesto agli scozzesi e non agli inglesi o ai gallesi. In questo senso la Spagna sta perdendo un’eccellente e forse irripetibile opportunità per “recuperare” la Catalogna e arrivare a un nuovo “modus vivendi” peninsulare. Tutti i suoi non numerosi sforzi politici sembrano però andare nella direzione contraria. Andrebbe inoltre circostanziato e puntualizzato un altro concetto di “nazionalismo”, veicolo di modernità, di democrazia e progresso, ove inteso nella chiave “volontarista” di Renan, largamente prevalente nella riflessione teorica del nazionalismo catalano. Quanto a autentiche utopie assassine, forse sarebbe opportuno rileggere Eugenesia de la hispanidad y regeneración de la raza dello psichiatra Antonio Vallejo-Nágera sui fondamenti biologici della razza, questo sì largamente debitore di dottrine identitarie che traggono origine anche dal “peggior romanticismo tedesco”, volume alla base, insieme ad altri del medesimo autore, dell’idea segregazionista applicata poi, nella Spagna franchista, allo scopo di debellare i supposti germi ideologici inoculati dalla II Repubblica nei bambini più piccoli.

Nell’interessante articolo di Goldkorn, la citazione indiretta di Proust, riferita da Cercas (“Diceva Proust che alle idee irrazionali non si può rispondere con razionalità”), pone invece una seria domanda alla quale l’autore di Anatomia di un istante sembra essersi dato una risposta “a prescindere”. Al di là del riferimento specifico al Barça...considerato – erroneamente secondo lo scrittore – “il simbolo della resistenza al regime del generalissimo”, quali sono le posizioni “razionali”? Vietare un referendum è forse razionale? La risposta sembrerebbe dunque la seguente: chiunque si opponga all’attuale democratica richiesta dei catalani di votare è titolare della razionalità, più o meno proustiana o cartesiana. Il che non è un paradosso letterario la cui auctoritas nobilita, insieme all’abuso della citazione colta, anche le idee più strampalate, ma evidentemente un’opinione politica. Una valutazione che ha la pretesa di verità per sostenere la quale ci si appella all’ “esclusivismo” del nazionalismo catalano, senza conoscerne a fondo i testi, salvo poi constatare che la società catalana è quanto di più “inclusivo” e aperto offra oggi l’Europa.

Negli ultimi anni, a seguito del successo europeo dei fenomeni “particolaristici”, si sono pubblicati numerosi saggi o libelli tendenti ad illustrare giudizi apodittici, più che a comprendere le articolazioni delle singole realtà, che certamente hanno tratti comuni, ma altrettanto numerose diversità. In un volume di Maurizio Bettini (Contro le radici. Tradizione, identità, memoria) edito da Il Mulino, si sottolinea, ad esempio, rispetto al caso dell’indipendenza storica corsa, il paradosso secondo il quale “un luogo della memoria si [è] trasformato, proprio in quanto tale, in luogo dell’oblio” (p. 90). L’autore si riferisce ad alcuni spazi monumentali della cittadina di Corti, significativi per la storia della Corsica, constatandone la desemantizzazione indotta dal turismo ciabattante. Donde il paradosso: ciò che dovrebbe indurre la memoria nei visitatori, induce in realtà l’oblio. Non penso però che esso vada riferito puntualmente a un tipo specifico di memoria, nel caso la storia di un’idea d’indipendenza, semmai è un fenomeno più generale che riguarda ogni città turistica e tutti – indistintamente – i monumenti maggiori e le memorie da essi veicolate. Le note offerte dal testo di Bettini forniscono l’apparato bibliografico che sta alla base di tali idee che presentano molte analogie con quelle di Cercas. La questione andrebbe piuttosto spostata dal dibattito relativo alla mitizzazione del passato e all’invenzione delle tradizioni e di una storia nazionale (che sussistono invero per tutte le realtà statuali realizzate, con la differenza che queste automaticamente diventano, per il fatto di essersi realizzate, veritiere, esemplari e ovviamente vincenti) all’idea di nazione meticcia, quanto di più lontano dalle dottrine biologiste e vicino a quelle volontariste, elogiata da Bettini come uno dei motivi della grandezza di Roma. La grandezza sta dunque nella dimensione imperiale di un popolo? Argomentazioni che potrebbero valere per Roma quanto per la Spagna di Carlo V. O non potrebbe stare piuttosto nella semplice realizzazione di una legittima aspirazione di libertà? Questo rappresenta una delle caratteristiche salienti dell’idea nazionale catalana, fondata sulla pluralità di contributi, sul meticciato, non legato all’entelechia etnica o ad altre categorie metafisiche, ma alla specificità linguistica e culturale che arricchisce il grande disegno europeo, plurale e libero, per l’appunto: l’ “utopia ragionevole”, di cui dice giustamente Cercas nell’articolo riferendosi proprio alla costruzione europea. Utopia che i catalani hanno perseguito e continuano a perseguire con forza, in controtendenza rispetto a molte altre realtà continentali che hanno fatto dell’Unione il capro espiatorio di ogni male nazionale. Questo nazionalismo ha dunque ben poco a che spartire con l’assassinio e con la volontà di potenza, timorosa dell’osmosi culturale, meschina e taccagna (non proprio originale l’uso di un luogo comune!), che Cercas attribuisce invece alle richieste catalane di democrazia reale. Ma tale lettura o “teoria” del fenomeno, proposta da più parti, venendo accreditata autoritativamente come l’unica possibile, non riesce a comprendere né tanto meno a risolvere il problema, Né epistemologicamente né, ahimè, politicamente.

Patrizio Rigobon


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