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Saturday, 19 march 2016 | CORRIERE DELLA SERA

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La Catalogna a Madrid:
«Dateci il referendum 
e votiamo sì al governo»

Carles Puigdemont riceve il «Corriere» nel palazzo del governo a Barcellona. «Vogliamo l’indipendenza». Sì a un esecutivo spagnolo guidato dai socialisti. A una condizione.



CORRIERE DELLA SERA

 
17-03-2016.-
 
ANDREA NICASTRO
 
 
 
L’inedito caos politico della Spagna, da tre mesi incapace di formare un governo, potrebbe partorire finalmente la soluzione del «problema catalano». E sarebbe una soluzione in stile scozzese. È un’ipotesi a cui lavorano in tanti nelle due capitali spagnole. Il premier incaricato dal re Felipe VI, il socialista Pedro Sánchez, formerebbe una maggioranza di sinistra con gli anti-sistema di Podemos, gli unici esplicitamente a favore del diritto catalano all’autodeterminazione. Così facendo otterrebbe l’appoggio esterno degli indipendentisti, sia baschi che catalani. Ieri Sánchez ha persino twittato di aver chiesto al premier greco Alexis Tsipras di intercedere con l’amico Pablo Iglesias, leader di Podemos, compagno di quella che pochi mesi fa si chiamava la sinistra-sinistra europea. Un esecutivo Psoe-Podemos è l’unico in grado di offrire a Barcellona una soluzione al tira e molla indipendentista che dura ormai da cinque anni a forza di manifestazioni di massa, riforme statutarie, referendum fantasma, elezioni plebiscitarie, denunce, accuse e contro accuse. Un clima che non aiuta certo l’economia.
 
Nel Palazzo di Plaça de Sant Jaume, il nuovo President catalano ha incontrato pochi giorni fa il segretario socialista. Dal suo ufficio esce l’ambasciatore britannico ed entrano per quest’intervista cinque giornalisti dei maggiori Paesi Ue. Carles Puigdemont, 53 anni, non può risparmiarsi: tra crisi dei rifugiati, fallimento del referendum indipendentista scozzese, Brexit e avanzata continentale dei populismi di ogni colore, la voglia di Barcellona di staccarsi da Madrid rischia di uscire dall’agenda che conta. «Invece sono stato eletto sulla base di un programma che vuole portare al divorzio della Catalogna dalla Spagna e intendo rispettarlo».
 

President, il premier incaricato Sánchez le ha chiesto i voti per fare il governo a Madrid?

«A noi interessa che la Spagna abbia un governo solido e che ce l’abbia in fretta. Lo desideriamo per qualsiasi Paese amico, alleato. Figuriamoci per Madrid. Siamo da sempre per la stabilità politica».


È una promessa?
«Non sono il rappresentante del gruppo parlamentare catalano, però è evidente che potrebbe esserci un governo spagnolo capace di contare sull’appoggio catalano. Basterebbe che si impegnasse a consentire un referendum concordato e avrebbe i nostri voti».


Il Psoe pensa a una riforma costituzionale in senso federalista da mettere a referendum...
«È curiosa questa capacità di Madrid di fare proposte che nessuno chiede. Non vogliamo il federalismo, ma la possibilità di votare sull’indipendenza. Poi accetteremo qualsiasi esito. Nel 2006 avevamo già scritto un nuovo Statuto autonomista e ci era stato bocciato. Non vogliamo percorrere la stessa strada. Dico di più: con quale maggioranza parlamentare Sánchez pensa di far passare una riforma costituzionale? Ci vorrebbero i voti del Partido Popular che vuole la centralizzazione, non il federalismo. Quindi la via pensata dal Psoe è impraticabile».

Porta chiusa anche a Sánchez, allora?

«Per nulla. Lo ringrazio d’essere venuto. È stato un incontro aperto, positivo. Meglio dialogare anche da posizioni diverse che essere ignorati come è successo per cinque anni con il governo di Mariano Rajoy del partido Popular. Credo di aver chiarito al leader socialista che non c’è un problema di convivenza tra separatisti e unionisti in Catalogna. Siamo una società democratica, i sondaggi dicono che l’84% accetterebbe qualsiasi risultato. Noi siamo pronti a discutere la domanda referendaria, le parole, il quorum, la data. Tutto. Sono sicuro che ci metteremmo d’accordo». 


E se questo governo non si formasse?

«La nostra tabella di marcia è chiara. Nei prossimi 16 mesi scriveremo le leggi per preparare il nuovo Stato indipendente. Poi convocheremo le elezioni di un Parlament costituente e toccherà a quei deputati, così legittimati, fare la dichiarazione unilaterale di distacco dalla Spagna».


Un’altra crisi di cui l’Ue non ha proprio bisogno.
«L’Europa si sta dimostrando capace di reagire a situazioni impreviste. Si è impegnata per tenere al proprio interno Paesi problematici, perché dovrebbe restare indolente davanti all’uscita della Catalogna?».



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